Sindacati

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Il sindacato, nel diritto del lavoro, è un ente che rappresenta i lavoratori delle varie categorie produttive. Esistono così sindacati dei lavoratori e sindacati dei datori di lavoro. La storia dei sindacati è però soprattutto storia dei lavoratori (operai, contadini, impiegati) che si riuniscono allo scopo di difendere gli interessi delle loro categorie. I sindacati, nell'ambito della contrattazione collettiva nazionale, vengono anche definiti parti sociali. Lo strumento di lotta per eccellenza del sindacato è lo sciopero. Tuttavia, l'attività dei sindacati viene espressa attraverso lacontrattazione collettiva che risulta uno dei principali strumenti di autoregolamentazione per i rapporti di lavoro e per le relazioni sindacali.[1]

Le fonti di finanziamento pubblico

Le fonti di finanziamento del sindacato sono molteplici e poco trasparenti. Così come poco trasparenti sono i loro bilanci, dal momento che non esistono i "bilanci consolidati” delle confederazioni.

Alcune di queste fonti possono essere considerate un vero e proprio finanziamento pubblico. Tra queste:

Finanziamento ai patronati (nella maggioranza di derivazione sindacale): 260 milioni dall’INPS, cui si aggiungono milioni dall'INPDAP e 15 milioni dall'INAIL.

Finanziamento ai CAF.

A questo si aggiungono i finanziamenti ai CAF da parte dell'INPS per il calcolo dell' ISE (Indicatore della Situazione Economica) e dell' ISEE (Indicatore Situazione Economia Equivalente) necessari alle famiglie che hanno diritto alle prestazioni sociali. Si tratta di altri 45 milioni circa su base annua. Sempre l' INPS eroga ai CAF contributi per 60 milioni di euro per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati. A parere delle organizzazioni sindacali, i CAF non sono fonte di reddito, cosa poco credibile, è certo, però, che attraverso questi centri i sindacati mantengono rapporti con i propri iscritti a spese dell'Inps e, quindi, con soldi che escono dalle tasche dei contribuenti.

Un'altra fonte di finanziamento pubblico del sindacato è quella rappresentata dai distacchi sindacali e dai permessi retribuiti. I distaccati (sono alcune migliaia) presso il sindacato conservano lo stipendio pubblico comprensivo dei "premi produttività", che non sono su base individuale. Nel 1995 il costo dello Stato per i distacchi e i permessi sindacali era equivalente a 200 milioni di euro: non vi è ragione di ritenere che oggi sia inferiore. Nel caso di dirigenti in aspettativa sindacale i contributi previdenziali sono considerati figurativi e posti a carico del sistema.

Questi i finanziamenti pubblici in senso stretto.

L'INPS, poi, garantisce al sindacato un flusso annuo di circa 372 milioni per le quote associative dei pensionati, trattenute direttamente sulle pensioni con il meccanismo della delega di carattere permanente (salvo revoca), nonchè a titolo di ritenute sulle prestazioni. Infine, attraverso il meccanismo della trattenuta in busta paga, assicurato dai contratti dopo che il referendum del 1995 aveva cancellato l'obbligo di legge per le imprese, ai sindacati arriva una cifra stimabile in almeno 600 milioni di Euro. Si rammenti altresì che lo Statuto dei lavoratori riconosce ai sindacati ampie prerogative (assemblee retribuite, permessi sindacali per partecipare alle riunioni degli organi dirigenti, sedi, diritto di affissione) in base alle quali l'attività sindacale si svolge praticamente a carico dei datori di lavoro.[2]

Assai sinteticamente il bilancio dei sindacati dovrebbe essere quindi alimentato da tre fonti principali di finanziamento:

-i finanziamenti diretti, tramite le ritenute salariali;

-i finanziamenti indiretti, tramite l'attività dei c.d. enti parasindacali (patronati, CAF ed enti bilaterali);

-i finanziamenti percepiti tramite la retribuzione percepita dai lavoratori per lo svolgimento di attività di natura sindacale durante

l'orario di lavoro, in forza dei diritti sindacali sanciti dallo statuto dei lavoratori e dalla contrattazione collettiva.[3]

I CAF

In Italia, i CAF o Centri di Assistenza Fiscale sono organizzazioni nate attraverso la Legge 413/1991 (e successive modificazioni), costituiti generalmente in s.p.a. che hanno ottenuto l'autorizzazione all'iscrizione all'albo nazionale dei CAF tenuto presso il Ministero delle Finanze. I servizi più significativi svolti attualmente dai CAF sono la compilazione dei modelli 730, delle dichiarazioni fiscali di ogni genere, dei modelli RED, dei modelli ISEE, dei modelli ISEU, per concludersi con la trasmissione telematica dei modelli compilati, o precompilati dai contribuenti, attraverso il canale ENTRATEL.[4]

Nei Caf i lavoratori ricevono assistenza prima di compilare la dichiarazione dei redditi. La consulenza è gratuita perché per ogni pratica compilata lo Stato versa un compenso. È un business che vale (secondo dati del 2007) 330 milioni di euro.[5]

In Italia esistono più di 80 soggetti riconosciuti dall’Agenzia delle Entrate quali Centri di assistenza fiscale. Ogni anno questi Caf lavorano circa 17 milioni di dichiarazioni dei redditi, in gran parte modelli 730. Di questi, circa 3,2 milioni passano dai Caf Cgil, 2,8 milioni da quelli della Cisl e 1,1 milioni da quelli della Uil, cioè poco meno della metà del totale. Ebbene, per ciascuna di queste dichiarazioni già compilate dal contribuente e semplicemente trasmesse dai Caf allo Stato, quest’ultimo paga al Caf stesso una tariffa di 14 euro. Somma che diventa di 26 euro se la dichiarazione è congiunta, ossia riguarda marito e moglie. A queste cifre però bisogna poi aggiungere quello che il singolo contribuente paga al Caf nel caso invece fosse necessaria una consulenza per compilare la dichiarazione: si tratta di tariffe che variano a seconda che il cittadino in questione sia iscritto o meno al sindacato e anche in base alla eventuale difficoltà di compilazione. Parliamo di costi che possono variare tra i 10 e anche i 60 euro. Detto ciò ogni anno tutte le dichiarazioni che passano dai Caf, conteggiando il contributo erogato dallo Stato e la spesa sostenuta dai cittadini, fa girare una cifra intorno ai 320 milioni di euro. Di questi, secondo le stesse fonti sindacali, circa 100 milioni finiscono nelle casse dei Caf della Cgil, 80 in quelle della Cisl e circa 40 in quelle della Uil. Ma non finisce qui. A tutto ciò infatti si sommano altre attività che i Caf svolgono per conto dell’Inps. Si tratta, in maniera molto sintetica, di dichiarazioni che riguardano l’Isee, di altre che verificano le posizioni di pensionati con assegno particolarmente basso e di altre ancora riguardanti questioni di invalidità civile. Per tutte queste attività, le tre sigle sindacali ricevono contributi che vanno dai circa 25 milioni della Cgil passando per i 15-18 della Cisl fino ai circa 8-10 milioni della Uil. [6] La spending review montiana conteneva una norma che ha ridotto del 20% i compensi per i Caf derivanti dalle dichiarazioni fatte per conto dell’Inps.

I Patronati

Soldi e un trattamento di lusso. Altro capitolo, altro privilegio: quello dei patronati. Ogni sindacato ha il suo. Il motivo? Tutelare i cittadini nel rapporto con gli enti previdenziali. Come i Caf, ma sul versante pensionati. Questa volta la legge è la 152 del 2001. Lo Stato assegna ai patronati lo 0,226 dei contributi obbligatori incassati dall’Inps, dall’Inpdap e dall’Inail. Altri trecento e passa milioni che servono per far cassa. Le stime, in assenza di bilanci, sono approssimative ma i sindacati mantengono un apparato di prima grandezza e hanno circa 20mila dipendenti. Sono i numeri di una multinazionale che però si comporta come un’aziendina con meno di 15 dipendenti.[7]

Esenzione da ICI/IMU

Le organizzazioni sindacali sono strutture complesse che hanno un numero elevato di sedi. Non ci sono dati ufficiali aggiornati sulla consistenza del patrimonio immobiliare delle organizzazioni sindacali. Bisogna accontentarsi a qualche anno fa, quando la Cgil vantava 3 mila sedi e la Cisl 5 mila (ma non si sa quante siano di proprietà), mentre la Uil dichiarava invece beni immobili per circa 35 milioni di euro di proprietà di una S.p.a. ad hoc, la Labour Uil. [8] È una sorta di autocertificazione poichè appunto non vi è obblico per loro di presentare i loro bilanci consolidati. Sfuggono ad un’accurata radiografia e non offrono trasparenza, una merce che invece richiedono puntigliosamente agli imprenditori.

I sindacati non hanno mai pagato l’Ici e continuano a non pagare l’Imu in base al decreto legislativo numero 504 del 30 dicembre 1992, risalente al governo Amato. Lo Stato che passa al pettine le ricchezze dei contribuenti non osa avvicinarsi a questi beni. Il motivo? La legge equipara i sindacati,così come i partiti, alle Onlus, le organizzazioni non lucrative di utilità sociale. Dunque la Triplice sta sullo stesso piano degli enti che raccolgono fondi contro questa o quella malattia e s’impegnano per qualche nobile causa sociale. Insomma, niente tasse e mappe sfuocate perché in questa materia gli obblighi non esistono. Le principali sigle hanno ereditato le sedi dei sindacati di epoca fascista. Gli immobili del Ventennio sono stati assegnati a Cgil, Cisl Uil, Cisnal (l’attuale Ugl) e Cida (Confederazione dei dirigenti d’azienda). Senza tasse, va da sé, come indica un’altra norma: la 902 del 1977.[9] In base a queste cifre si può ipotizzare che sia sottratto al patrimonio dello Stato piu' di qualche milione di euro. [10]

La “Casta” dei sindacalisti entrati in politica

Nella scorsa legislatura 53 deputati e 27 senatori, per un tota¬le di 80 parlamentari, provenivano dalla Triplice (CGL, CISL, UIL). Secondo Livadiotti (S. Livadiotti, L’Altra Casta. Privilegi. Carriere. Misfatti e fatturati da multinazionale L’inchiesta sul sindacato, Milano, Bompiani, 2009) costituiscono il terzo gruppo parlamentare, insomma formano una lobby agguerrita quanto se non più di quella degli avvocati. E nel tempo hanno strutturato un sistema di potere studiato fin nei dettagli. [11]

Alcuni casi:

Franco Marini, l'ex presidente del Senato, una vita da democristiano. Il compenso mensile che si è assicurato difendendo gli operai ammonta a 14.557 euro, che corrisponde per l'appunto all'indennità da senatore. A questo compenso si somma una pensione Inps di circa 2500 euro al mese, percepita dal 1991, cioè da quando aveva 57 anni. Merito della legge Mosca.

Della legge Mosca beneficia anche Cossutta: la incassa dal 1980, cioè da quando aveva 54 anni. Dal 2008, poi il compagno Cossutta ha unito alla pensione Inps maturata grazie alla legge Mosca anche il vitalizio parlamentare (9604 euro al mese). All’uscita dal parlamento percepì inoltre una liquidazione di 345mila euro in un’unica tranche. La liquidazione dei parlamentari viene chiamata tecnicamente «assegno di reinserimento » o «assegno di solidarietà». E, a differenza delle liquidazioni dei normali lavoratori, è esentasse.

Sergio D'Antoni invece oltre all'indennità da parlamentare (14.269 euro lordi al mese) incassa la pensione Indpad da ex professore (5.233 euro netti al mese) da quando aveva 55 anni. Grazie al meccanismo dei contributi figurativi, a 55 anni risultava pensionabile con 40 anni di anzianità. L’ex sindacalista Cisl, non solo è stato un grande docente, come di¬mostra la sua pensione d'oro. È stato anche un docente molto precoce. A 15 anni già saliva in catte¬dra e insegnava.[12]

Senatori, deputati, europarlamentari, pensionati, naturalmente d’oro. I vecchi capi della Cisl, della Uil e di quella Cgil che oggi è sulle barricate e corre verso lo sciopero generale, si sono sistemati per la vita e hanno sposato incarichi che li hanno trasformati in privilegiati. In realtà, il passaggio dalla nomenklatura sindacale – l’altra casta, come la chiama Stefano Liviadotti dell’Espresso nel suo libro – al gotha della politica è molto facile.

Fausto Bertinotti, una vita fra Cgil e sinistra radicale, ha cominciato a difendere gli operai del tessile negli anni Sessanta, quando nessuno conosceva la sua parlata arrotata e i suoi leggendari golfini di cachemire. Nel ’94 il giro di valzer. I lavoratori vanno serviti da Montecitorio. Fausto Bertinotti percepisce un’ indennità parlamentare da 6.317 euro al mese.

E sulla stessa lunghezza d’onda si ritrova un altro dirigente di punta del Pd, Pier Paolo Baretta, negli anni Ottanta e Novanta segretario della Fim-Cisl, il ramo metalmeccanico del sindacato, e poi nel biennio 2007-’08 segretario aggiunto con Raffaele Bonanni. Raggiunti i gradi di generale, pure lui chiude nel cassetto la sua prima vita e viene paracadutato dal Pd come soldato semplice alla Camera. Lo stipendio è quello di D’Antoni e Pezzotta.

Qualcuno, invece, si è defilato. Sergio Cofferati, tribuno insuperabile, radunò al Circo Massimo una folla oceanica per protestare contro Berlusconi. Nessuno sapeva calamitare le folle come lui e tutti ricordano il Cinese numero uno della Cgil dal ’94 al 2002. Poi s’istituzionalizza. I Ds lo chiamano per riprendere una città simbolo come Bologna. L’impresa riesce ma l’immagine comincia a sbiadirsi. Il ruolo non è tagliato per Cofferati che amministra Bologna per i canonici cinque anni e se ne va senza suscitare eccessivi rimpianti. Ora per ritrovare un pezzo di storia sindacale bisogna andare a Strasburgo. Qui l’europarlamentare Cofferati fa il suo lavoro e guadagna 13.168,91 euro al mese. Tanti, tanti di più di un altro sindacalista dal curriculum lunghissimo: Ottaviano Del Turco. Che oggi è pensionato e non per scelta: dopo essersi fatto le ossa fra Fiom e Cgil e dopo aver gestito il Psi nella fase drammatica di Mani pulite, da governatore dell’Abruzzo è finito in manette il 14 luglio 2008. Gli contestano molti e pesanti capi d’imputazione, lui si proclama innocente, il caso è ancora aperto. Ci vuole pazienza. Del Turco aspetta, e intanto se la cava grazie alla pensione di parlamentare. Quei 12 anni passati fra Camera e Senato gli fruttano qualcosa come 5.471 euro al mese. Più di quelli che spettano a un altro Ds molto amato dalla base: Sergio Chiamparino. Partito come segretario della potente Cgil piemontese, Chiamparino è poi stato in Parlamento per una legislatura, prima di diventare sindaco di Torino. Ora, fresco neo pensionato, può incassare la pensione. Ma a lui toccano «solo» 3.108 euro.[13]

I numeri: gli iscritti e il consenso

Gli 11 milioni e settecentomila tesserati dei tre sindacati maggiori - scrive Livadiotti - è composto soprattutto da pensionati (49,16%) e i tesserati ancora in attività non arrivano alla soglia dei 6 milioni. Ben poca cosa - appena il 25% - rispetto al totale dei lavoratori in attività. Eppure i sindacati tendono a presentarsi come i legittimi rappresentanti dei lavoratori italiani e "in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto", pretendono di "mettere becco" in qualunque decisione di valenza generale. Arrivando, non di rado, a rappresentare un freno allo sviluppo, come nel caso della vicenda Alitalia. Un "interventismo", quello dei ‘tre porcellini' (l'espressione riportata da Livadiotti è di Massimo D'Alema), che ha avuto come risultato - secondo l'autore - quello di acuire l'insofferenza nei loro confronti di strati sempre più vasti di popolazione. Ormai - stando a un sondaggio commissionato nel luglio 2007 dall'economista Tito Boeri - "solo il 5,1% degli italiani si sente adeguatamente rappresentato dai sindacati e ben il 61,6% dichiara di non nutrire nei loro confronti alcuna fiducia".[14]

Eppure la gargantuesca struttura che i contribuenti (tutti) continuano a mantenere, incide non poco sui bilanci dello Stato.