Piano Giavazzi

Da WikiSpesa.
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I tecnici ci hanno lavorato attorno settimane. Si sono incontrati più volte per discuterne. L’economista Francesco Giavazzi, su richiesta del premier, ha provato a convincerli che un terzo di quei trentatré miliardi poteva essere risparmiato per finanziare cose molto più utili per le imprese e i cittadini. E invece hanno scritto che si può tagliare solo tre miliardi. A conti fatti forse si fermeranno a 500 milioni, risorse che potrebbero essere usate per un credito d’imposta sulla ricerca. Quando Orazio inventò il noto detto sulle montagne che partoriscono topolini pensava agli scrittori del suo tempo che tanto promettevano e poco realizzavano. Qui, per dirla con Kafka, non si sa nemmeno con chi prendersela.

Eppure le premesse erano buone. Qualche mese fa il governo Monti aveva aperto cassetti rimasti chiusi per anni. Avevamo finalmente saputo come lo Stato spende ogni anno trentatré miliardi di «contributi alle imprese», che per qualche oscuro motivo chiamano così ma in realtà sono quasi tutti soldi erogati a sé stesso. Oltre cinque miliardi alle Ferrovie, un miliardo e mezzo agli autotrasportatori, 500 milioni alle Poste. E poi forniture militari (1,7 miliardi), sussidi per le aziende del trasporto pubblico di Comuni e Regioni, per le cooperative agricole, le strade statali. A Palazzo Chigi un gruppo di lavoro formato da alti funzionari di diversi ministeri ha tentato di mettere ordine alla babele. Sono partiti dalla mole di aiuti statali, più o meno 15 miliardi. Il resto, i fondi erogati alle Regioni, è stato difficile persino contabilizzarli. Hanno diviso le voci su due colonne. Nella prima hanno messo le «non eliminabili», nella seconda quelle «da approfondire». L’eufemismo scelto per queste ultime è un sintomo preoccupante della volontà di agire.

Inutile dirlo, la prima colonna vale quasi dodici miliardi. Sono stati esclusi tutti i contratti di servizio con Ferrovie, Poste, Anas. Si dirà: gli impegni presi con le aziende, financo pubbliche, vanno rispettati. E però non si capisce perché dobbiamo continuare ad erogare fondi ad un’azienda (le Poste) che grazie agli utili di Bancoposta gira allo Stato quasi un miliardo di dividendo l’anno. Oppure ci si potrebbe chiedere perché non si possa ridiscutere il contratto di servizio con le Ferrovie, le quali in pochi anni hanno pressoché raddoppiato il costo dei biglietti sull’alta velocità. Sono state escluse dalle voci aggredibili le forniture militari, i contributi pluriennali (mutui) e i crediti d’imposta. Quest’ultima voce vale 2,2 miliardi. Ma i due terzi - circa un miliardo e mezzo - sono aiuti in varie forme all’autotrasporto. Uno dei tecnici impegnati nella stesura del documento lo ammette senza giri di parole: «Se lo immagina cosa accadrebbe se li tagliassimo? I sindacati organizzerebbero uno sciopero a Natale e noi dovremmo immediatamente fare retromarcia».

Passiamo alla colonna «da approfondire», 3,2 miliardi. Di questi tempi in Parlamento farebbero carte false per una cifra così. Con tre miliardi si può tagliare un punto di Irpef, abbassare l’Irap, aumentare gli sgravi a chi ha figli. E invece no. All’ultima riunione, ormai un mese fa, il tavolo è giunto alla conclusione che da quella colonna si può ottenere al massimo cinquecento milioni di euro. I finanziamenti che si considerano effettivamente tagliabili si contano sulla punta delle dita: i contributi all’editoria, per l’emittenza locale, il fondo unico per lo spettacolo, probabilmente i 3,7 milioni dedicati ad Arcus, la società coinvolta in una delle inchieste sul sistema Balducci. D’altra parte, sarebbe giusto tagliare i 16 milioni che finanziano l’esenzione dal pagamento del canone dei centri per gli anziani? O i fondi per le scuole paritarie (265 milioni) che al massimo ricevono un centesimo dell’istruzione pubblica? O il «fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica»? Certo che no. E però, a scorrere l’elenco (24 pagine in tutto) si ha una sensazione di smarrimento, come se in quell’affastellarsi di parole si celino sprechi, perché voci con destinazioni incomprensibili, fuori del controllo dei più. A titolo di esempio: a che servono i due fondi «per lo sviluppo sostenibile» del ministero dell’Ambiente? O i 45 milioni «per la ristrutturazione dell’autotrasporto e lo sviluppo dell’intermodalità e del trasporto combinato»? E che dire del fondo del ministero dell’Economia «di solidarietà nazionale-interventi indennizzatori»?

(Articolo di Alessandro Barbera, tratto da La Stampa del 7 novembre 2012) [1]