FUS - Cinema

Da WikiSpesa.
Share/Save/Bookmark

Mibac.jpg

Il Fondo unico per lo spettacolo (FUS) è il meccanismo utilizzato dal governo italiano per regolare l'intervento pubblico nei settori del mondo dello spettacolo (cinema, teatro, musica, etc). Il FUS è stato creato con l'articolo 1 della legge 30 aprile 1985, n. 163 per fornire sostegno finanziario ad enti, istituzioni, associazioni, organismi e imprese operanti in cinema, musica, danza, teatro, circo e spettacolo viaggiante, nonché per la promozione ed il sostegno di manifestazioni e iniziative di carattere e rilevanza nazionale in Italia o all'estero. [1]

I prestiti del MIBAC (FUS – Fondo Unico per lo Spettacolo) sono veri e propri prestiti, che, se non resi entro tre anni dall’uscita del film, comportano l’appropriazione da parte dello Stato dei diritti sugli stessi[2]. Uno dei requisiti che permette di avere più punti per l`accesso al fondo è proprio la condizione di "restituzione per intero" del prestito ottenuto.

Questa voce prende in esame pochi, ma esemplificativi dati, dell'utilizzo del Fus per il Cinema.

Scorrendo l`elenco dei finanziamenti, il primo dato che balza all`occhio è che su ben 212 film finanziati 152 non sono mai usciti nelle sale: sono stati spesi dal Ministero 62.679.200,00 per produzioni mai neanche confrontatesi coi botteghini. Dei restanti 60 film solo 13 hanno superato in incassi gli importi finanziati, tra questi si annoverano "Gomorra", "Il Divo", "Caos Calmo" e "Tutta la Vita davanti" che hanno abbondantemente superato il finanziamento ricevuto ed a fronte di un importo globale finanziato di 17.390.000 euro hanno incassato 50.016.572,84.

Considerato quindi un importo totale finanziato dal Fus dal 2005 al 2009 di 134.579.200, sono stati incassati 71.703015,33 di cui oltre 50 Mln su 13 film. Su 212 film finanziati gli altri 199 sono costati 117.189.200 ed hanno incassato 21.686.442 euro[3].

La restituzione dei fondi prestati può avvenire entro 3 anni, non è dunque possibile, per analizzare i risultati degli “investimenti” fatti dal Mibac attraverso il Fus, prendere in considerazione titoli ancora legalmente in tempo per restituire il prestito. Inoltre la vita economica del film va misurata in anni: dopo la sala, c`è l`home-video (rental e sale, affitto e vendita), i passaggi in pay-tv, la vendita dei diritti alla tv- generalista, le vendite estere e ai nuovi media (Internet, telefonia mobile). Il ciclo economico di un film non è dunque misurabile in meno di 3-5 anni dalla sua uscita in sala.

Tra il 2003 e il 2005, dei 200 film italiani solo 4 non erano andati in "rosso" nel confronto tra incassi registrati/soldi ricevuti: "Buongiorno notte" di Marco Bellocchio (2003), "Agata e la tempesta" di Silvio Soldini e "La vita che vorrei" di Giuseppe Piccioni (2004) , "I giorni dell`abbandono" di Roberto Faenza (2005)[Fus che fus la volta bona (che cominciano a fare film decenti non a spese dei contribuenti) Francesca D`Angelo per "Libero" 17 luglio 09].

“Non pesare sull’erario ma su chi utilizza i film (…). Occorre, in altri termini, restituire al cinema una parte del surplus realizzato da chi il cinema lo utilizza e sganciarsi dal Fus”. Era il proponimento di Nicola Borrelli da dicembre 2010 direttore generale per il Cinema del ministero per i Beni e le Attività Culturali in un’intervista del 2010 al Giornale dello Spettacolo.[4]

Non sarebbe male anche distribuire i fondi pubblici con criteri diversi da quelli fino ad ora seguiti.