Centri per l'impiego

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Funzione pubblica

I Centri per l'impiego (Cpi) hanno sostituito nel 1997 gli Uffici di collocamento e sono agenzie per il lavoro pubbliche, che dipendono dalle Regioni (D. Lgs. n. 469/1997, art. 4), finalizzate ad offrire ai cittadini in cerca di occupazione un servizio di ricerca efficace.

In realtà, per effetto di una distorta applicazione del principio di sussidiarietà verticale, l’Italia presenta una pluralità di attori istituzionali nella gestione dei servizi pubblici per l'impiego: Stato, Regioni, Province e in certi casi anche Comuni.


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Il rapporto di monitoraggio 2013

Il rapporto sui Cpi relativo al 2013 curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali presenta anzitutto una caratteristica: pur analitico, non presenta un capitolo introduttivo o conclusivo sui risultati dell'analisi, tra i quali non è stata considerata la percentuale di lavoratori che hanno trovato occupazione dopo aver fruito delle prestazioni dei centri.

Eurostat ha registrato che solo il 3,7 % degli occupati ha dichiarato di aver trovato lavoro nel 2012 tramite il servizio dei Cpi.

Il rapporto del Ministero ha invece registrato che Italia ci sono stati poco più di 3.900 individui sottoscrittori di domande per singolo Cpi. Si collocano al disopra di tale valore medio una parte rilevante delle regioni del Mezzogiorno, mentre il sistema regionale di servizi per l’impiego che presenta il dato stimato più elevato è quello delle Marche, con 7.745 individui per Cpi, cui segue quello della Puglia (5.816) e della Liguria (5.679). Risulta invece più contenuto il numero medio di individui per Cpi della Valle d’Aosta (1.708), della Provincia Autonoma di Trento (2.012) e della Toscana (2.354).


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Il caso siciliano

Rilevante è il caso siciliano, , il monitoraggio del Ministero del lavoro evidenzia che in Sicilia sono impiegati in 65 uffici 1.582 i dipendenti, quasi il 18% del totale italiano, una percentuale del triplo della media nazionale.

In tutta Italia complessivamente i gli operatori sono 8713: uno su cinque lavora sull'isola siciliana. Inoltre il rapporto fra funzionari e richieste è nettamente sbilanciato: i 1582 impiegati siciliani si devono infatti occupare di 181mila iscritti al servizio. In Lombardia, invece, 323mila disoccupati sono serviti in tutto da 577 addetti: un dipendente dei centri per il collocamento lombardi aiuta mediamente più di due persone al giorno, mentre nella regione Sicilia il funzionario ne aiuta in media uno ogni due giorni.


Dal monopolio pubblico alla liberalizzazione

Il sistema italiano dei Servizi pubblici per l’impiego (SPI) fu creato nel 1949 attorno alla rete degli Uffici di collocamento, che avevano principalmente il compito di certificare assunzioni e licenziamenti e dichiarare lo stato di disoccupazione, da cui dipendeva l’accesso ad una serie di prestazioni di assistenza per la ricerca di una posizione lavorativa. Il collocamento era gestito in regime di monopolio dallo Stato e operava secondo il principio della chiamata numerica, cui si poteva derogare solo in caso di professionalità elevate o di assunzione di familiari. Il datore di lavoro non poteva scegliere chi assumere, ma solo presentare una richiesta di avviamento al lavoro, specificando il numero di lavoratori richiesti e la loro qualifica. Era poi l’Ufficio di collocamento competente per territorio a disporre l’avviamento al lavoro secondo l’anzianità di disoccupazione.

Il sistema di collocamento pubblico rimase quasi del tutto inalterato fino agli anni ’90, quando fu dapprima abrogata la chiamata numerica in favore della chiamata nominativa e poi liberalizzato il sistema delle assunzioni, introducendo l’assunzione diretta e abolendo l’obbligo della richiesta preventiva. Il collocamento obbligatorio rimane tutt’oggi in vigore solo per disabili e categorie protette.

Nell'evoluzione percorsa dal sistema di collocamento pubblico, che oggi ha la forma dei Centri per l’Impiego, si osserva una dinamica avvenuta anche per altri settori pubblici: la parabola del dirigismo. Alla base del dirigismo statale nel settore del collocamento lavorativo vi è la principale assunzione che “il lavoro non è una merce” (quindi allocabile dal mercato), principio sancito dalla Convenzione OIL del 1919, che ha giustificato per molti anni il divieto alla mediazione di lavoro a titolo oneroso da parte di soggetti privati.

In Italia, un ulteriore fondamento al monopolio pubblico del collocamento venne fornito dall’articolo 4 della Costituzione: ”La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Aspetto importante del dirigismo è l’idea che un processo di allocazione economico possa essere sostituito da criteri burocratici assunti a priori come “oggettivi”, che nel caso del servizio di collocamento come in altri settori si è rilevato inefficiente e limitante per la libertà d'impresa, quindi d'investimento in nuove assunzioni.

La mediazione del lavoro è stata un monopolio pubblico fino al 1997, quando la Corte di Giustizia Europea con la sentenza "Job Centre" dichiarò il monopolio pubblico del collocamento italiano incompatibile con il diritto comunitario della concorrenza. Tra il 1997 e il 2003 tramite la riforma Biagi si passò da un sistema caratterizzato da struttura statale e divieto di mediazione privata al decentramento della struttura (vennero attribuite alle Regioni le funzioni del mercato del lavoro, le quali le trasferirono alle Province) e all’apertura ai privati dell’attività di mediazione.


Costi e inefficienza

I Centri per l’Impiego hanno un impatto minimo nella mediazione tra la domanda e l’offerta di lavoro in Italia: in base ai dati Eurostat secondo soltanto il 3,7 % degli occupati ha dichiarato di aver trovato lavoro tramite l’ausilio dei Cpi.

Il dato stride con il numero degli addetti che lavorano all’interno dei Cpi italiani disattendendo le conseguenti aspettative di produttività.

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Il personale dei Cpi nell'anno 2012 è risulta di 8.713 operatori, dei quali circa l’88% gode di una copertura contrattuale a tempo indeterminato (complessivamente 7.686 unità). Tale percentuale varia notevolmente nelle diverse regioni: ad esempio, i sistemi regionali che presentano una quota di operatori impiegati con tipologie contrattuali standard elevata sono la Sicilia (99,6% del totale), il Lazio (97,7%), la Provincia Autonoma di Trento (97,1%), l’Emilia Romagna (95,8%), il Veneto (95,7%) e la Basilicata (94,8%).

Il costo stimato del mantenimento dei 556 Centri per l'impiego è di 600 milioni di euro annui.


Possibili soluzioni

Il settore è stato liberalizzato, ma permane la gestione diretta statale. Una soluzione per rendere maggiormente efficiente il servizio di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, analogamente a quanto succede nel Regno Unito con tassi di efficienza nettamente superiori, è la completa esternalizzazione dai Centri per l’impiego ai numerosi fornitori privati, sulla base di gare di appalto o convenzioni.

Una seconda possibilità, più radicale, è lasciare che l’attività di mediazione del lavoro venga svolta unicamente dal mercato.

Una remora ad una mediazione del lavoro esclusivamente di mercato è costituita dal timore che le agenzie per il lavoro private non siano incentivate alla collocazione dei disoccupati più svantaggiati o meno qualificati. Una possibile soluzione vedrebbe lo Stato riconoscere le risorse che oggi spende per mantenere i Cpi ai datori di lavoro che decidano di assumere quelle tipologie “svantaggiate” di lavoratori.

Inoltre, per conoscere quali sono e dove si trovano i datori di lavoro che assumono i lavoratori più svantaggiati è stato attivato il progetto delle mappe di densità, nel 2014 in realizzazione in Provincia di Monza e Brianza, che permette di localizzare i datori di lavoro propensi ad assumere i soggetti più difficili da collocare quali gli ex-carcerati, i disoccupati cronici e le donne inattive da anni.


Fondi europei 2014-2015

Attraverso la European Youth Guarantee l'Italia riceverà 1,4 miliardi di fondi finalizzati a promuovere l’occupazione, di cui 300 milioni saranno destinati ai servizi per l’impiego nel 2014, che si sommeranno ai 600 circa trasferiti dallo Stato.

Il rischio è però che i fondi possano rimanere inutilizzati, come già avviene in altri settori di spesa pubblica, qualora le Regioni si dimostrassero non in grado di investirli adeguatamente secondo i parametri indicati dall'Europa. Così, alcune amministrazioni, come quella del Lazio, hanno previsto tale ipotesi e anziché affidarsi ai 600 operatori regionali, ha previsto di rivolgersi alle più efficienti agenzie private.


Jobs Act: nasce l'Agenzia per l'occupazione

L’approvazione del decreto attuativo del Jobs act, varato dal governo Renzi e contenente politiche per il lavoro, è prevista per giugno 2015, tuttavia l'istituzione di una nuova Agenzia per l'occupazione ha dapprima provocato critiche, specialmente da parte delle Regioni.

In base alla legge delega il nuovo ente avrà "competenze gestionali in materia di servizi per l'impiego, politiche attive e Aspi" e sarà partecipato da Stato ed enti locali ma secondo un accentramento delle funzioni che ha così causato opposizioni in ambito regionale.

Sono previsti incontri tra le parti per trovare un’intesa e come spiega Gianfranco Simoncini, coordinatore della materia lavoro per la Conferenza delle Regioni, il governo si è reso disponibile a stringere “una convenzione per assegnare il personale dei centri per l’impiego alle Regioni”, una delle principali criticità sulla quale le Regioni lamentano poca chiarezza e il rischio della riduzione dei fondi.

Il pacchetto delle politiche attive in Italia vale infatti oltre 5 miliardi, la maggior parte dei quali destinata agli incentivi all’occupazione. Così, ai 550 centri per l’impiego italiani, che contano circa 8mila operatori, andrebbero circa 450 milioni di euro, una cifra ritenuta insufficiente per garantirne l'attività e "incoerente" rispetto allo scopo della stessa riforma del lavoro che promuoverebbe delle politiche attive senza però stanziare le risorse per attivarle: “Incoerente e senza risorse aggiuntive” è stato definito dalla Conferenza delle Regioni.

La legge delega prevede infatti che il riordino in materia debba avvenire “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

Ma la questione a monte dello scontro riguardo il trasferimento di competenze riguardanti le politiche attive. Dai vecchi uffici di collocamento, in capo allo Stato, nel 1997 le funzioni sono passate a Regioni e Province, mentre con il Jobs Act,viene ristabilita una centralizzazione delle funzioni. La legge delega della riforma del lavoro prevede l’istituzione di “un’Agenzia nazionale per l’occupazione, partecipata da Stato, Regioni e province autonome, vigilata dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali”, alla quale saranno attribuite “competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e Aspi“, un passaggio del Jobs act da leggere insieme alla riforma della Costituzione che porta la firma del ministro Maria Elena Boschi. Con il suo ddl le politiche attive, finora materia di legislazione concorrente, diventeranno infatti competenza esclusiva di Roma, mentre gli enti locali ne saranno esclusi.

“Questo tentativo di nuova centralizzazione delle competenze in materia di lavoro è stato a più riprese stigmatizzato dalla Conferenza delle Regioni”, si legge in un documento inviato alla commissione Lavoro della Camera. “Le Regioni ribadiscono la propria contrarietà a un disegno di legge costituzionale che, tra l’altro, risulta di fatto incoerente con lo stesso disegno riformatore contenuto nel Jobs act”. Il riferimento è a quel passaggio della legge delega che prevede il “mantenimento in capo alle Regioni e alle Province autonome delle competenze in materia di programmazione di politiche attive del lavoro”. Quanto alle risorse, la legge delega, prevede che il riordino in materia debba avvenire “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. “


Risorse insufficienti e rischio di infrazione comunitaria

Come conseguenza del trasferimento di competenze in atto, la situazione contrattuale degli 8mila addetti dei 550 centri per l’impiego risulta in sospeso. Si tratta di personale dipendente delle Province, sottratto alla collocazione in mobilità, attendendo che il Jobs Act ne stabilisca il futuro. Secondo quanto riportano le Regioni, il governo è intenzionato ad assegnare loro la gestione dei Centri per l’impiego. Ma questa scelta comporterebbe un duplice problema. La prima criticità è di tipo finanziario: “La copertura dei costi del personale – scrive la Conferenza delle Regioni in una nota stampa – non può in alcun modo essere addebitata alle Regioni, considerato che questo personale fu trasferito direttamente dallo Stato alle Province con le relative risorse”. Il passaggio dei dipendenti dalle Province alle Regioni dovrebbero corrispondere, sostengono queste ultime, a conseguente passaggio di risorse. I 60 milioni di euro stanziati dalla legge di Stabilità in questo senso non basterebbero, ma servirebbero 250 milioni di euro annui per sostenere l'attuale personale.

La seconda problematica è relativa al rischio di una procedura di infrazione da parte dell'Unione Europea, che riguarderebbe la provenienza di queste risorse. La manovra prevede la possibilità di utilizzare il Fondo sociale europeo anche per retribuire i dipendenti dei servizi per l’impiego, tuttavia le Regioni avvertono: “Il rispetto delle regole comunitarie e nazionali connesse alla gestione del Fondo sociale europeo suggerisce cautela e impone senz’altro la verifica con la Comunità europea sulla praticabilità di tali norme e quindi la finanziabilità di tali interventi”. Il problema è infatti che la normativa europea prevede che gli stanziamenti si possono utilizzare solo per finanziare progetti specifici e non invece per i pagamenti di stipendi di personale a tempo indeterminato.


Fonti

http://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_collocamento_pubblico

http://www.linkiesta.it/centri-per-impiego-riforma

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/02/27/news/centri-per-l-impiego-che-flop-a-rischio-anche-i-fondi-europei-1.155208

http://wikispesa.costodellostato.it/Centri_per_l%27impiego

http://www.dirittodicritica.com/2012/05/24/centri-impiego-disoccupati-38582/

http://www.nonsprecare.it/centri-impiego-lavoro-spreco

http://www.fanpage.it/aboliamo-i-centri-per-l-impiego-che-bruciano-550-milioni-l-anno/

http://espresso.repubblica.it/affari/2013/11/19/news/giovani-la-beffa-degli-incentivi-per-il-lavoro-1.141535 - gallery-slider=1-141711

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/22/jobs-act-contesa-regioni-agenzia-per-loccupazione-nodo-risorse/1611307/

http://www.today.it/politica/agenzia-nazionale-occupazione-jobs-act-renzi.html