Invaso Pappadai – Taranto

Da WikiSpesa.
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Si stima che oltre 250 milioni di euro siano stati spesi, dal 1984 ad oggi, per realizzare l’invaso Pappadai a Monteparano (Taranto) e per un imponente sistema di irrigazione mai entrato in funzione e diventato un monumento alle Opere incompiute.

Il progetto

Nel 1984 iniziarono i lavori di quello che doveva diventare un sistema per l’irrigazione di un vasto territorio del Salento e del Tarantino. La diga dell’invaso Pappadai avrebbe dovuto contenere 20 milioni di metri cubi d’acqua che attraverso un impianto di tubature avrebbero dovuto portare acqua in circa 7.200 ettari di campagne nelle zone di San Pancrazio, Salice, Guagnano, San Donaci, Nardò e Veglie. Quello che però mancò all’invaso Pappadai fu un elemento indispensabile: non si trovò mai l’acqua con cui riempirlo. Quando i lavori vennero affidati al consorzio di bonifica dell’Arneo di Nardò, non si era infatti ancora deciso da dove sarebbe arrivata l’acqua. L’ipotesi che si era fatta strada era quella di farla arrivare da un invaso sul monte Cotugno nella vicina Basilicata, bacino quest’ultimo alimentato abbondantemente dal fiume Sinni. Senonché, gli accordi che regolavano le concessioni d’acqua tra le due Regioni, sottoscritti nel 1999 e validi fino al 2015, non contemplavano questa possibilità. In mancanza di alternativa, l’invaso Pappadai non trovò mai una fonte d’acqua che potesse farlo funzionare correttamente; a tal scopo, sarebbe stato necessario un affluente da 150 milioni di metri cubi l'anno.

Il danno erariale

Dal 1984 ad oggi il costo complessivo di quest’opera dovrebbe superare i 250 milioni di euro, per quanto sia difficile stimare tutte le spese effettuate in quasi trent’anni di lavori. Secondo un dossier di Confesercenti [1] nel 2005 erano già stati spesi quasi 40 milioni di euro per il primo ed il secondo lotto dell'invaso, 6,5 milioni per le opere di derivazione del sistema Chidro-Sinni e la vasca di regolazione di Monteparano e quasi 30 milioni di euro per l'adduzione delle acque del fiume Sinni. Le opere integrative per assicurare l'agibilità dell'invaso Pappadai, le opere di scarico del nodo idraulico di Monteparano e il completamento del nodo idraulico di Sava, erano costati altri 26 milioni di euro. Ma oltre alle opere necessarie all’adduzione, 120 milioni di euro sono stati spesi per le tubature che avrebbero dovuto irrigare le campagne di 49 comuni pugliesi e che non hanno mai erogato acqua.

Il danno ambientale

Oltre al danno erariale bisogna considerare il danno ambientale. In primo luogo, occorre tenere conto del consumo di territorio interessato dalla diga, ma soprattutto da 73 chilometri di condotte. In secondo luogo, si è scoperto che un terzo delle condotte è stato realizzato con amianto e cemento; questo problema interessa le zone di Cellino, Erchie, San Pietro, Torre, Villa Castelli, Squinzano, Torricella e Maruggio. Da qui il timore che, man mano che queste condotte inutilizzate si deterioreranno, l’amianto possa disperdersi e inquinare il territorio. Infine, è stato denunciato che nell’invaso di Pappadai negli ultimi anni sono stati rinvenuti anche rifiuti industriali e tossici, probabilmente per opera di qualche ecomafia [2].

Sviluppi

Gli enti locali pugliesi non hanno abbandonato del tutto l’idea di mettere un giorno in funzione il sistema di irrigazione; ancora nel 2011 gli amministratori locali cercavano soluzioni per trovare una fonte d’acqua costante per l’invaso. Una possibilità che era stata ventilata allora era quella di far arrivare l’acqua dal Cogliandrino, un invaso artificiale posto nell’alta valle del Sinni, gestito dall’Enel e posto a servizio della centrale idroelettrica di Castrocucco [3]. Ma la soluzione e l’accordo non sono mai stati trovati. Nel maggio 2013 l’invaso del Pappadai conteneva solo 3,5 dei 20 milioni di metri cubi d’acqua che avrebbe dovuto contenere [4]. Inoltre come ha mostrato un servizio della RAI andato in onda nell’ottobre del 2012[5], gran parte delle tubature, degli idranti, degli impianti non hanno ricevuto manutenzione per decine di anni. Dopo decenni d’abbandono gli impianti sono ormai inutilizzabili e possono essere considerati sprecati a tutti gli effetti.